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Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti ETS - APS

 

Corriere Braille

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Numero 3 del 2022

Titolo: Il lavoro per le persone con disabilità visiva

Autore: Osvaldo Benzoni


Articolo:
«I ragazzi non vedenti desiderosi di continuare negli studi dovranno farlo nelle scuole comuni, perché sempre lo scolaro cieco con la sua diligenza, forza di concentrazione, memoria, sensibilità, amor proprio, è per la classe di esempio e di sprone». Così scriveva Aurelio Nicolodi (Trento, 1o aprile 1894 - Firenze, 27 ottobre 1950), il primo Presidente dell'Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti, fondata a Genova il 26 ottobre 1920.
Uno dei capolavori di Nicolodi, relativamente all'inserimento lavorativo delle persone con disabilità visiva di quel periodo storico, fu la creazione dell'Ente Nazionale di Lavoro per Ciechi. Risalgono infatti al 1934 i primi tentativi di inserimento di operai ciechi nell'industria, ma l'ambiente si dimostrò refrattario e insensibile così, con geniale intuizione, Nicolodi decise che, se il mondo del lavoro non accoglieva i ciechi, questi stessi avrebbero creato i propri stabilimenti che avrebbero accolto, ovviamente, anche lavoratori vedenti (rif. Legge 1-10-1934, n. 1844). Così, nel 1936, iniziò la propria attività l'Ente Nazionale di Lavoro per Ciechi al quale lo Stato affidava il 15% delle proprie commesse ed erano riconosciute alcune agevolazioni fiscali.
In otto anni, l'Ente arrivò a occupare 1.200 maestranze, di cui la metà ciechi!
Nel 1939, avendo Nicolodi la presidenza della Federazione, promosse corsi di addestramento per marconisti e aerofonisti ciechi. Per essere uguali agli altri cittadini, i ciechi aerofonisti si misero a disposizione della Patria, addetti ai mezzi di ascolto per dare l'allarme alle popolazioni civili, in caso di attacco aereo; erano circa un migliaio. Questi soldati volontari partirono per scrivere una pagina eroica di parità sociale, disseminati sulle coste e sui monti, in centinaia di postazioni dove incontreranno altre mutilazioni, disagi, ma anche la consapevolezza che l'Italia ha il dovere di accoglierli con la dignità riservata agli uomini veri. La storia dell'emancipazione delle persone con disabilità visiva coincide con la storia dell'Unione Italiana dei Ciechi che ha condotto, nel corso nel tempo, battaglie decisive per garantire a questa minoranza di cittadini, il diritto all'istruzione e al lavoro, premessa indispensabile per la loro integrazione sociale.
Paolo Bentivoglio (Modena, 26 giugno 1894 - Roma, 28 dicembre 1965), il secondo Presidente Nazionale dell'Unione Italiana Ciechi, usava dire che il lavoro, per i ciechi, è la luce che ritorna.
«All'inizio del secolo XX i ciechi, inabilitati dal Codice Civile, erano condannati a vivere in condizioni di miseria e di povertà. Gli istituti ad essi dedicati, pur presenti in gran parte del territorio nazionale, erano unicamente dei ricoveri da cui gli ospiti uscivano, tranne rare eccezioni, per suscitare pietà in occasione di qualche manifestazione di beneficenza o di qualche funerale. Oggi i disabili visivi sono in grado di studiare nella scuola di tutti; occupano dignitosi posti di lavoro; sono integrati nella società, anche se molti sono ancora gli ostacoli da superare per il conseguimento delle pari opportunità. Tradizionalmente, i non vedenti sono stati avviati ad alcune professioni quali il centralinista, il massaggiatore e il fisioterapista, l'insegnante e il musicista, che, in ogni caso, restano ancora di grande attualità. Ciò principalmente per effetto delle leggi speciali che, nel corso degli anni, il Legislatore ha voluto emanare per facilitare l'inserimento dei non vedenti in determinati ma circoscritti ambiti» (cit. Carlo Monti, 2003, «Le istituzioni dei ciechi»).
Da allora molta strada è stata fatta e migliaia di persone ipovedenti e non vedenti sono approdate nel mondo del lavoro grazie a queste leggi fortemente volute dalla nostra Associazione.
Il 12 marzo 1999, il Parlamento Italiano approva la legge n. 68 che, abrogando la normativa precedente, rappresenta una pietra miliare nell'ambito della tutela per le categorie di soggetti svantaggiati nell'inserimento lavorativo, tra cui le persone con disabilità. Anche se in alcuni casi, come per i lavoratori appartenenti alla categoria dei ciechi civili, la nuova normativa ribadisce la validità delle precedenti norme di settore, di fatto si passa dal concetto di obbligatorietà dell'assunzione al concetto di collocamento mirato, ovvero, fermo restando l'obbligo di assunzione, per favorire l'inserimento della persona disabile nel mondo del lavoro, si valutano adeguatamente le sue capacità lavorative individuando così quelle mansioni che lo stesso soggetto è in grado di svolgere all'interno di quel determinato contesto lavorativo.
Oggi, il quadro viene completato dalle misure di politica attiva del lavoro, ovvero da quelle politiche finalizzate al sostegno dell'occupazione a cui si aggiungono le politiche passive che, invece, puntano a fornire un sostegno al reddito. Questa evoluzione normativa, che nelle intenzioni del legislatore doveva consentire un miglior equilibrio fra domanda e offerta, non è riuscita nel suo intento e nemmeno ha determinato un maggior numero di inserimenti di persone disabili nel mondo del lavoro. Andando ad analizzare la situazione dal punto di vista delle persone con disabilità, possiamo notare che:
- Il mondo imprenditoriale e gli enti pubblici o privati hanno messo in campo una riorganizzazione dei processi, basati esclusivamente sulla riduzione dei costi e non sull'efficientamento dei processi produttivi o di offerta dei servizi e tutto questo si è riversato in particolare sui soggetti più deboli, i disabili e i giovani.
- L'esclusione delle persone con disabilità da questi processi di cambiamento ne ha impedito il naturale ricambio generazionale.
- Le procedure per ottenere gli ausili tecnologici necessari a favorire l'effettivo inserimento lavorativo della persona disabile, sono eccessivamente burocratizzate e, sovente, inadeguate a rispondere alle mutate necessità legate all'obsolescenza.
- I corsi professionali o di formazione professionalizzante sono superati dal repentino cambiamento dei processi produttivi ed organizzativi del mondo del lavoro e non vengono riadattati velocemente all'evoluzione dei processi stessi.
- Ultimo, ma non meno importante, è l'abuso, da parte delle stesse persone con disabilità di tutte quelle agevolazioni e misure (ad esempio i permessi ex legge 104-92) che limitano la possibilità per il datore di lavoro di poter organizzare il processo produttivo o di offerta di servizi, potendo contare su tutte le risorse presenti in pianta organica.
Tutto ciò, in Lombardia, si traduce in una situazione paradossale per la quale i datori di lavoro privati, ogni anno, versano sanzioni per circa 40 milioni di euro al Fondo per l'inclusione lavorativa delle persone disabili. Le mancate assunzioni avvengono sia perché i datori di lavoro non trovano lavoratori disabili che abbiano profili professionali idonei a ricoprire le mansioni offerte sia per evitare di inserire nella loro pianta organica personale su cui possono fare scarso affidamento per via dell'abuso dei citati permessi previsti dalla normativa vigente.
Dal canto suo, l'Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti, memore del ruolo storicamente svolto in tema di collocamento al lavoro delle persone con disabilità visiva, non può non domandarsi come sia possibile uscire da questa situazione.
Se la massima occupazione delle persone con disabilità visiva si può collocare nell'ultimo decennio del secolo scorso, dal 2000 ad oggi abbiamo assistito ad una progressiva involuzione con un graduale abbandono delle professioni tradizionali (centralinista, terapista della riabilitazione, insegnante) senza un significativo incremento di professioni alternative.
Per trovare soluzione a questo stato di cose, è necessario operare contemporaneamente su più fronti, quello dell'istruzione, quello della formazione, quello dell'incontro domanda-offerta e quello culturale.
1) In primo luogo, occorre anticipare e limitare al massimo possibili ricadute negative sull'occupabilità. A tale scopo, sarebbe molto utile attivare un servizio di orientamento rivolto ai ragazzi ipo e non vedenti che frequentano la terza media e alle loro famiglie, in modo da favore una scelta consapevole del successivo percorso scolastico o formativo che valorizzi al massimo le naturali propensioni dello studente, tenendo in giusta considerazione il contesto socio-economico, con una prospettiva realistica dei futuri sbocchi professionali e lavorativi.
2) Adeguare e rendere più flessibili i programmi dei corsi professionalizzanti o di formazione professionale, per favorire il conseguimento di qualifiche sempre più in linea con l'evoluzione del mondo del lavoro, oggi molto più mutevole rispetto al passato.
3) Avviare un Tavolo di confronto permanente-Cabina di regia col mondo imprenditoriale e gli enti pubblici e privati, per monitorare l'evoluzione di mansioni e professioni e adeguare, di conseguenza, i percorsi formativi-didattici.
4) Avviare un confronto con gli assessorati regionali competenti al fine di snellire e velocizzare le procedure di assegnazione degli ausili tecnologici necessari a favorire l'inserimento dei lavoratori con disabilità, tenendo conto dell'evoluzione tecnologica.
5) Promuovere tra le persone con disabilità visiva una cultura del lavoro come elemento fondante della propria autonomia, libertà, dignità ed emancipazione, così come ci hanno insegnato i nostri «padri fondatori» Nicolodi e Bentivoglio.
In tutto questo, è necessario che tanto i datori di lavoro e la pubblica amministrazione quanto le persone con disabilità visiva e l'Associazione che le rappresenta, rivedano le reciproche posizioni per trovare un nuovo equilibrio, fondato sulle reali potenzialità dei lavoratori ipo e non vedenti all'interno degli odierni processi produttivi, passando per un diverso approccio culturale, più propositivo da parte degli stessi lavoratori non vedenti.
Così come ci insegna la storia ed i lavoratori ciechi ed ipovedenti del passato, è attraverso i comportamenti, concretamente agiti e non con gli slogan, che è possibile per le persone con disabilità visiva raggiungere pienamente quell'inclusione lavorativa che diventa realmente inclusione sociale ed elemento di realizzazione identitaria come espressione del principio di autoderminazione, diritto e dovere di ciascuno di noi verso se stessi prima ancora che verso gli altri.



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