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Kaleîdos

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Numero 23 del 2020

Titolo: Ma chi è la regina degli scacchi?

Autore: Mattia Carzaniga


Articolo:
(da «Donna moderna» n. 50 del 2020)
Da orfana chiusa in se stessa a campionessa ammirata dal mondo intero. La vita di Beth, la protagonista della serie più vista del momento, è così appassionante da chiedersi se una giocatrice come lei sia esistita davvero. Abbiamo scoperto che ce n'è più di una
Beth Harmon è una bambina di 11 anni dalla frangetta rossa e dallo sguardo intenso quando finisce, dopo la morte della madre in un incidente d'auto, in orfanotrofio. Fa fatica a legare con le compagne, resta chiusa nel suo mondo, finché, nella cantina dell'istituto, non vede il custode davanti a una scacchiera mentre gioca contro se stesso. Si siede di fronte a lui, si fa insegnare le regole, inizia a sfidarlo (e batterlo), ancora ignara del fatto che nel giro di 5-6 anni diventerà la più brava di tutti in uno sport che nell'America degli anni 60, e non solo, è riservato agli uomini. Complice una madre adottiva che all'inizio è riluttante ma poi si fa conquistare dal talento della figlia, la sprona a seguire la sua passione e a raggiungere il suo obiettivo: affrontare il super campione russo Vasily Borgov. La storia di Beth, che ogni notte si allena muovendo pedoni, torri e cavalli sul soffitto trasformato in scacchiera immaginaria, è al centro della serie tv di cui tutti parlano: La regina degli scacchi, ora su Netflix. Ed è così emozionante che - oltre a farci venire voglia di imparare la difesa siciliana, mossa in cui lei è bravissima - ci spinge a chiederci: è esistita davvero?
Il personaggio è molto simile a un grande giocatore americano degli anni 70. «Volevo una protagonista che avesse prontezza di gioco e un'intelligenza brillante, e ho pensato che per rappresentarle al meglio servisse una ragazza» dichiarò a suo tempo Walter Tevis, autore del romanzo omonimo del 1983 a cui la serie è ispirata, contravvenendo all'iconografia (e alla realtà) di quella disciplina. Nella storia degli scacchi, quindi, non c'è nessuna Beth Harmon, ma qualcuno che la ricorda: la sua figura è ispirata all'enfant prodige Bobby Fischer, tra i primi e più giovani americani a vincere negli anni 70 contro gli imbattibili avversari russi (come sogna di fare Beth). E pure, dicono i gossip dell'epoca, assai dedito all'alcol (come, fin dal prologo, vediamo essere Beth, che ha anche una dipendenza dagli psicofarmaci).
C'è stata una campionessa cecoslovacca che batteva sempre gli uomini. La storia al femminile degli scacchi non è solo un'invenzione letteraria. «La serie forse non esisterebbe senza le Polgár, le 3 sorelle ungheresi che hanno rivoluzionato questa disciplina: in particolare Judit, che nel 1991, a soli 15 anni, è diventata Grande Maestro» racconta Paolo Fiorelli, giornalista di Tv Sorrisi e Canzoni e autore del romanzo giallo «Pessima mossa, Maestro Petrosi» (Sperling & Kupfer). «Ma già negli anni 30 la cecoslovacca Vera Menchik diceva, con malcelata ironia: «Non ho mai avuto la fortuna di battere un uomo sano: quelli che hanno perso contro di me avevano sempre il mal di testa». È stata una delle prime vere campionesse, eternamente osteggiata dai colleghi maschi: al punto che molti di loro si erano radunati nei cosiddetti «Club Vera Menchik», dedicati a tutti coloro che lei aveva battuto e che, appunto, avevano una scusa per giustificare quella sconfitta. Oggi è diverso, le scacchiste non sono più una rarità». Anche in Italia c'è una storia (recente) di regina degli scacchi: nel 2015 la bergamasca Marina Brunello è diventata il primo Grande Maestro donna italiano, a 15 anni appena. «Da allora a Bergamo si è creata una scuola al femminile» osserva Fiorenza Viani, vicepresidente dell'Accademia Scacchi di Milano. «Ma, in generale, le ragazze sono in aumento ovunque, e il bello è che hanno portato in questo mondo un approccio diverso. Non pensano che gli scacchi siano una simulazione della guerra, si avvicinano per curiosità». Certo, non si può dire lo stesso di Beth, spietata come la campionessa Judit Polgar: «So sempre come fregare chi ho di fronte, dicono» è una delle sue frasi più famose.
Oggi molte ragazze si appassionano agli scacchi dopo aver visto la serie. Grazie a Beth questo sport è davvero in grande rilancio. «Negli ultimi 5 giorni abbiamo venduto 4 manuali per imparare a giocare a scacchi, quei libri che noi consideriamo «i grandi invendibili»: se ne compra uno all'anno se va bene» scherza Alessandro Barbaglia, libraio di Vercelli e autore del romanzo per ragazzi «Scacco matto tra le stelle» (Mondadori), a poco più di una settimana dall'arrivo della serie su Netflix. «Quello che mi stupisce è il profilo di questi lettori: quasi tutte ragazze». Non solo. Secondo la società di analisi Apptopia, i download di app dedicate sono aumentati del 63%, da quando la serie ha fatto il suo debutto. «Le richieste presso il nostro circolo sono cresciute del 15-20%» rivela Viani dell'Accademia Scacchi di Milano. «Gli scacchi sono una delle pochissime discipline che si possono praticare anche virtualmente, dunque sono ideali per il lockdown. Ma sfatiamo il mito del «giocatore solitario»: chi gioca cerca spesso occasioni di socialità, proprio quello che manca adesso». L'altro mito da sfatare è quello della «super-intelligenza». «Questo sport viene da sempre descritto come una sfida tra cervelli» nota Barbaglia. «Nel mio romanzo la partita non è il luogo in cui dimostrare il proprio quoziente intellettivo, ma dove trovare la strategia per risolvere un problema, qualunque esso sia». Come recita la battuta finale della serie: «Giochiamo!».
Mattia Carzaniga



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