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Corriere dei Ciechi

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Numero 9 del 2019

Titolo: 10 ANNI DI CONVENZIONE ONU- L'educazione che include

Autore: Carlo Giacobini


Articolo:
Esiste una narrativa piuttosto consolidata attorno al diritto allo studio, non del tutto infondata, invero, ma nemmeno davvero esaustiva delle situazioni e delle condizioni umane. Secondo questo racconto l'Italia sarebbe all'avanguardia, rispetto ad altri Paesi UE, in quanto a norme sull'inclusione scolastica delle persone con disabilità ed anche rispetto a relativi e congruenti supporti. Non siamo qui a smontare queste affermazioni, più o meno enfatizzate anche perché, forse, sono in parte vere, in parte intenzioni. Non staremo qui a chiederne conto magari rimarcando alcune contraddizioni come la mole di ricorsi per la mancata assegnazione di sostegno oppure il fatto che per molti alunni con disabilità l'anno scolastico non inizi affatto lo stesso giorno dei loro compagni, ma sia spesso posticipato perché manca qualcosa: l'assistente all'autonomia, l'insegnante di sostegno, il trasporto e così via.
Lasciamo ad altri, che hanno profuso impegno e testimoniato competente determinazione, illustrare le più recenti novità normative ed il percorso iniziato di recente per il miglioramento della qualità dell'inclusione scolastica degli alunni e delle alunne con disabilità nel nostro Paese.
Noi vogliamo tornare alla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità per aggiungere un ulteriore stimolo di riflessione che quell'atto internazionale non manca mai di restituire e che allarga, forse inaspettatamente, gli orizzonti, la visione, le riflessioni.
L'articolo della Convenzione che ci interessa è il 24. Il titolo già lascia intuire che l'ambito sia più ampio della istruzione obbligatoria primaria e secondaria. Il titolo non è "diritto allo studio" o "inclusione scolastica" ma "educazione". Una parola e un concetto che, almeno teoricamente riguarda ogni momento della vita se vale l'antico adagio "non si finisce mai di imparare" (e anche "gli esami non finiscono mai"). E questo lo rammenta l'ultimo comma di quell'articolo: "apprendimento continuo lungo tutto l'arco della vita".
Ed infatti la Convenzione richiama espressamente il dovere di garantire un sistema di istruzione inclusivo a tutti i livelli ed un apprendimento continuo lungo tutto l'arco della vita. Significa che non dobbiamo né possiamo limitarci alla scuola dell'obbligo o alla istruzione universitaria, ma ad ogni occasione di apprendimento, di specializzazione, di approfondimento. Il pensiero corre agli ostacoli che molte persone segnalano nella frequenza a corsi professionali, a formazione a distanza, a corsi di formazione obbligatoria o anche a percorsi di approfondimento culturale.
La Convenzione è illuminante in questo senso. Quei percorsi dovrebbero essere accessibili senza discriminazione e su base di pari opportunità proprio perché - citiamo - sono finalizzati al pieno sviluppo del potenziale umano, del senso di dignità e dell'autostima ed al rafforzamento del rispetto dei diritti umani, delle libertà fondamentali e della diversità umana. Sono parole che pesano e che debbono generare impegni conseguenti.
E ancora devono essere accessibili perché mirano allo sviluppo, da parte delle persone con disabilità, della propria personalità, dei talenti e della creatività, come pure delle proprie abilità fisiche e mentali, sino alle loro massime potenzialità.
L'intuizione della Convenzione, che poi è un dettato, è che la garanzia di quei diritti consente di porre le persone con disabilità in condizione di partecipare effettivamente a una società libera.
L'apprendimento, lo studio, l'educazione sono lo strumento per partecipare nella società, nel lavoro, nella cultura, nella propria comunità. Sono diritti strumentali ad altri diritti.
Oltre a queste evocazioni forti e che talvolta dimentichiamo, la Convenzione - e non lo si ripete mai abbastanza - è assai stringente anche su aspetti più immediatamente percepibili come vicini alle istanze di questi anni cioè quella dell'integrazione (e poi dell'inclusione) scolastica.
E infatti il secondo comma dell'articolo 24 ribadisce come le persone non possano essere escluse dal sistema di istruzione generale in ragione della loro disabilità e che vi debbano accedere sulla base di uguaglianza con altri all'interno della comunità in cui vivono. In tal modo appare evidente la censura a soluzioni speciali e di allontanamento dal contesto di riferimento.
Ancora più cogente è la Convenzione nel sancire il diritto per le persone con disabilità di ricevere il sostegno necessario, all'interno del sistema educativo generale, al fine di agevolare la loro effettiva istruzione. Queste misure devono essere personalizzate e rivolte sia al progresso scolastico che alla socializzazione, un accento, questo, assai rilevante: i luoghi in cui avviene l'educazione sono ambiti che favoriscono le relazioni, la consapevolezza, la crescita anche umana.
Rimane poi sempre estremamente apprezzabile la lettura del terzo comma di quell'articolo perché si riferisce alla possibilità "di acquisire le competenze pratiche e sociali" con il fine di facilitare la loro piena ed uguale partecipazione al sistema di istruzione ma anche contestualmente alla vita della comunità.
In questo senso, ricordiamolo, la Convenzione riserva una attenzione specifica all'apprendimento del Braille, della scrittura alternativa, delle modalità, mezzi, forme e sistemi di comunicazione aumentativi ed alternativi, delle capacità di orientamento e di mobilità ed agevolare il sostegno tra pari ed attraverso un mentore.
È un compito di ciascuno Stato che abbia sottoscritto la Convenzione, quindi anche il nostro, garantire le azioni, le risposte e le azioni conseguenti.
Un ulteriore richiamo la Convenzione lo riserva al personale. Gli operatori che si occupano di educazione, a qualsiasi livello del sistema educativo, dovrebbero essere adeguatamente formati alla consapevolezza della disabilità e l'uso di appropriate modalità, mezzi, forme e sistemi di comunicazione aumentativi ed alternativi, e di tecniche e materiali didattici adatti alle persone con disabilità.
Questa sottolineatura, in un Atto internazionale di primaria rilevanza, ci offre una leva in più per plasmare una qualità dell'inclusione complessiva, trasversale, strutturale che si fondi su risorse e soluzioni adeguate, ma soprattutto su una cultura e un'etica che travalica le aule e i percorsi formativi, contamina ed è contaminata dalle comunità di riferimento.
E una considerazione finale riguarda proprio l'intorno. La scuola, i luoghi e i servizi in cui si apprende, si educa e si è educati non sono universi paralleli o isole a sé. Per renderli effettivamente fruibili e profittevoli è strettamente necessario garantire l'accessibilità e la fruibilità dei sistemi di trasporto, degli edifici, degli strumenti informatici… Ancora una volta questo ci indica una strada ineludibile: affrontare la sfida della disabilità non è un atto singolo ma sempre e comunque trasversale, strutturale e di sistema che necessita di alleanze, condivisione, convinzione.



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